E’ purtroppo deceduto nella notte tra ieri e oggi il grande ed eclettico artista britannico David Bowie. Lo scorso 8 gennaio era uscito il suo ultimo album Blackstar, in concomitanza con il suo 69° compleanno. La musica cupa e la sperimentazione a volte quasi esasperata della sua ultima opera lasciano quasi intendere un oscuro presentimento da parte dello stesso Bowie. Un vero e proprio finale in grande stile per la sua carriera, arrivando così ad abbracciare ogni tipologia di suono nei suoi oltre 50 anni di carriera.

Per tutto questo tempo Bowie si è prodigato in sorprendenti lavori, reinventando il suo sound e se stesso, tramite i suoi alter ego: Ziggy Stardust, The Thin White Duke e Nathan Adler tra i più famosi. Questi però non bastano a descrivere l’ecletticità del suo personaggio e della sua arte. Un continuo mutamento in divenire attraverso mondi spaziali guidati dalla musica di Ziggy Stardust, Starman e di Space Oddity. In tutto ciò però Bowie riesce a trovare posto anche per la sua parte più umana e terrena, sempre però in chiave “astratta”, come in Ashes to Ashes (seguito di Space Oddity) e in The Man Who Sold The World.

Un viaggio nella musica, in cui di tanto in tanto Bowie ha incrociato la strada di altri grandi artisti, regalandoci pezzi unici come Dancing in the Street insieme a Mick Jagger o The Passenger in collaborazione con Iggy Pop. Quest’ultimo molto spesso compagno di viaggio del Duca Bianco. Su tutti però spicca Under Pressure, un’impressionante concatenazione di voci con, da una parte, Freddie Mercury e dall’altra David Bowie. Una jam session diventata leggenda, dando vita a performance live incredibili. Da qui nasce l’esibizione incredibile del Freddie Mercury Tribute Concert del 1992 con lo stesso Bowie affiancato da Annie Lennox, impegnata nella parte vocale della leggenda dei Queen.

Indimenticabile però anche la parte più dance di Bowie, con punta di diamante l’album Let’s Dance, forse l’unico album di Bowie in grado di sfidare sulle vendite il precedente The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars. Un album con pezzi indimenticabili, come Modern Love e Let’s Dance, affiancate da grandi collaborazioni insieme a Iggy Pop con China Girl e Cat People, scritta invece insieme a Giorgio Moroder.

Forse però quello che più di tutti rimane di David Bowie era questa sua alienazione dal nostro mondo, come se non gli appartenesse. Anche per questo forse il cuore del fenomeno Bowie è dentro uno dei suoi pezzi più grandi: Life on Mars. Proprio per questa sua natura avvolte aliena il Duca è riuscito sempre a stupire e a meravigliare, guardando più avanti rispetto a molti dei suoi colleghi e forse riuscendo perfino a osservare la sua fine. In tal senso l’ultimo suo grande singolo Lazarus sembra quasi contenere un oscuro presagio, supportato dal video musicale in cui è ritratto morente sul letto di un ospedale. Quasi un ultimo saluto, destinato secondo alcuni a diventare una delle più grandi perle mai scritte da Bowie.  « Look up here, I’m in heaven / I’ve got scars that can’t be seen / I’ve got drama, can’t be stolen /Everybody knows me now ».

Una degna conclusione di un viaggio fantastico, attraversando ogni genere musicale, partendo dalle stelle e atterrando sul nostro mondo, per poi alla fine tornare in cielo. Viene quasi da pensare che la sua scomparsa sia in realtà un modo per ritornare a casa, lasciandoci però continuare a guardare verso l’alto.

« There's a starman waiting in the sky,

he'd like to come and meet us

but he thinks he'd blow our minds... »

Leave a comment