Quando si ripropone un testo classico si ha la responsabilità di dar respiro all'universalità del suo tema, creando un ponte con il presente fatto di persone, di valori, di cambiamenti, di strutture sociali.

L'Antigone di Sofocle mette in scena il rapporto tra etica e politica, tra religione e stato, tra soggettività e oggettività, tra umanità e legge. Antigone è donna viscerale e non ci sono ragioni alla vista del fratello ucciso e lasciato in pasto agli avvoltoi, senza rispetto per il suo corpo e speranza per l'eternità del suo spirito.

Alcuni fanno risalire la nascita dell'umanità con la sepoltura e quindi la credenza di un aldilà. 

Creonte è un regnante  (legislatore, amministratore ed esecutore del potere) che deve mantenere l'equilibrio della città attraverso delle regole. Egli deve tutelare la salvaguardia generale, affinché non si sfoci nel caos, e personale, la sua ambizione e posizione sociale. Così il veto di sepoltura di Polinice garantisce validità alla legge scritta ed è l'ammonimento per chi osa minacciare Tebe, per i nemici.

 

L'incontro tra questi due personaggi è lo scontro di due universi in collisione. I loro valori sono così  strutturanti che non accettano compromessi, come la luce non incontrerà mai il buio.

Il loro orgoglio, la loro fede diversa, la determinazione li porterà nell'asfissiante sofferenza del non ritorno: l'una morta, l'altro vivo privo d'amore e di futuro.

 

La regia di Filippo Gili, al teatro Orologio, dal 24 novembre al 6 dicembre, ha rappresentato la brutalità e fragilità dell'uomo con un testo di 2457 anni fa e un'interpretazione più che mai presente.

 

La scena è stata allestita al centro di due tribune, così che lo spettatore vedesse lo spettacolo e gli altri spettatori e sentisse le voci dei personaggi riecheggiare nel proprio grembo. La scena è stata gestita da un banco e una sedia, luogo del potere, e un tavolo di lavoro degli artigiani del cuoio, commentatori e testimoni delle vicende.

Omar Sandrini e Alessandro Federico (gli artigiani) sono il nostro sguardo che si relaziona con delle vicende non più lontane, ma nostre.

Lo scontro tra titani, Vanessa Scalera (Antigone) è una furia, urla, si dimena a terra, tiene e perde lucidità con la stessa intensità drammatica. Filippo Gili (Creonte) è un dispotico arrogante, sgrida, si muove piano e netto, comanda e la parola si fa azione, fino a comprendere che la sua non è l'unica parola. Anche il figlio sa promettere e mantenere, così Piergiorgio Bellocchio (Emone) dichiara il suicidio e si toglie la vita. A nulla sono valsi gli ammonimenti di  Rosy Bonfiglio (Tiresia), che è guida per il suo contatto con gli dei, ma lascia che sia guidato fisicamente stando sulla sedia a rotelle.

Le parole stesse del testo prendono tutte un corpo tanto che le azioni sceniche si riducono all'essenziale.

La disperazione del fallimento si insidia nello spettatore fino a sentire il logorarsi delle viscere.

Così ogni gesto ha una valenza, ogni postura un rimando.

Vanessa Scalera cammina con i talloni, protrae il viso in avanti e scarica la tensione nel gesto di arricciare la giacca o la camicia o la pelle del viso.

Filippo Gili ha le mani protese sempre in avanti ad afferrare la penna, il tavolo o i volti di chi lo sfida. La testa è incassata, il passo è pesante e le parti del corpo si neutralizzano, quasi a togliere dei connotati di riconoscimento, di umanità.

 

I costumi sono abiti moderni con elementi che richiamano il passato, come le gonne indossate dagli uomini con i pantaloni eleganti sotto e la giacca o il vestito militare della guardia e giacca militare di Antigone.

 

Uno spettacolo che commuove, in una catarsi a volte suggerita da scelte tecniche come l'alzare molto il volume della voce contro il pubblico o i movimenti bruschi quali il correre, il girare in cerchio o il gettarsi a terra di Antigone. Ma pur sempre emozionante che ci insegna ancora una volta che siamo uomini di un valore inestimabile e non possiamo essere padroni di altri uomini: Caronte può impedire i riti della morte, ma non può togliere la libertà di morire. 

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