L’8 gennaio è stato pubblicato Blackstar, il nuovo album di David Bowie. La data, non tra le più convenienti dal punto di vista commerciale, è stata scelta proprio in occasione del 69° compleanno dell’artista britannico. La “Stella nera” di Bowie si compone di sole 7 tracce, le sue 7 punte, alcune di durata superiore allo standard dei 3-4 minuti canonici per la musica contemporanea. Un vero e proprio studio sul jazz sperimentale, mantenendo però i legami con i suoni tipici del Duca Bianco. Il risultato è un disco che, in linea con il suo nome, risplende di una luce oscura.

L’album si apre con la titletrack: Blackstar. Il pezzo potrebbe presentarsi quasi come un sunto di tutte le sfumature musicali contenute nel disco omonimo. Una trasposizione “compressa” di tutte e sette le tracce, in cui Blackstar da l’impressione di raccontare se stesso. Ben 9 minuti e 58 secondi di ambientazione al mondo scombinato e quasi misterico creato da Bowie per il suo 25° album da studio. Lo stupendo e folle videoclip affianca il primo singolo nel viaggio condotto dall’ascoltatore verso le stelle.

Superato questo primo punto, si viene scagliati musicalmente in un altro luogo: Tis a Pity She Was a Whore; pur rimanendo sempre sulla superficie della Blackstar. Il titolo della seconda traccia fa riferimento a una tragedia omonima del 17° secolo scritta da John Ford. Nella traccia si palesa in maniera evidente la preponderanza del jazz, vera colonna portante di questo disco.

L’ingresso nei meandri della Blackstar avviene con il secondo singolo dell’album: Lazarus. Si entra così in sonorità ancora più jazz, in un ambiente più soffuso e sfumato. Tutto si fa più lento, ma al contempo l’emozionalità del disco cresce esponenzialmente. Dopo aver ragiunto il suo massimo, Lazarus si avvia verso il finale, scendendo sempre di più fino ad abbandonare l’ascoltatore.

Nuovamente si viene sbalzati in un altro angolo di questa inesplorata terra musicale: Sue (Or in a Season of Crime). La canzone incalzante e rapida ci cala nella follia di un uomo tradito, raccontandoci della morte della moglie e della successiva fuga. Arrivati quaggiù ormai, si percepisce la profondità della sperimentazione, con gli ascoltatori imprigionati nel campo gravitazionale della Blackstar.

Superata l’angosciante ma attraente follia di Sue, si inizia a cadere giù, verso il Bowie di The Nex Day, passando per una traccia semplice e sperimentale al contempo: Girl Loves Me. La canzone lascia all’orecchio degli appigli alle tracce che l’hanno preceduta, salvo poi lasciarci un attimo nel vuoto prima della sfumatura finale.

La traccia seguente: Dollar Days; si presenta come un vero e proprio risveglio dopo l’esperienza con le tracce passate. Ormai le sonorità si sono allontanate dalla pesante sperimentazione delle tracce precedenti, anche se quella che pare una brusca svolta, è in realtà il risultato di una lenta sfumatura. Un cammino partito da Blackstar e diretto verso quel David Bowie più famigliare. Verso metà canzone si impone sulla scena il sassofono, accompagnando la voce di Bowie con suoni caotici in grado di tenere la traccia in linea col tema portante del disco.

Il tutto si chiude con una bellissima distensione musicale: I Can't Give Everything Away. Ormai siamo lontani dal cuore della Blackstar ma ancora in orbita attorno ad essa. Una conclusione perfetta, dolce ma interessante, in cui si può ancora apprezzare la sperimentazione. Una traccia delicata ma originale che sfuma nel silenzio, riuscendo finalmente ad uscire dalla presa della Blackstar.

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