Dionysus, il dio nato due volte è lo spettacolo di Daniele Salvo, andato in scena in prima nazionale al teatro Vascello dal 4 al 13 marzo 2016.

Tratto dalle Baccanti di Euripide racconta la vicenda di Dioniso (Daniele Salvo), arrivato a Tebe per diffondere i suoi culti, per rivelarsi come dio della salvezza e cambiare il popolo.

Il suo messaggio viene ben accolto dalle donne (seguaci di Bacco, quindi baccanti), recepito da Cadmo (Paolo Bessegato), il nonno di Penteo, e Tiresia (Paolo Lorimer), ma osteggiato dal governatore di Tebe, Penteo (Ivan Alovisio). Penteo sarà così condotto con l'inganno a seguire Dioniso e ucciso dalla stessa madre Agave (Manuela Kustermann), divenuta una baccante. Cadmo aiutando Agave a tornare in sé le rivela cosa sia accaduto e insieme vengono esiliati da Tebe.

Dioniso è un vendicativo, assoluto e risoluto nella sua legge, seppure pare assomigliare al Cristo. Come lui viene dalla montagna, è figlio di un dio e porta un messaggio di redenzione. “Certamente può essere ricondotto a Cristo - conferma il regista-  esiste un testo: Christos Paschon, di un monaco medievale dove c’è Dioniso, la Madonna, c'è una contaminazione. Il testo ricorda molto questo dio che arriva nella città. Ma a differenza di Cristo vuol piegare la città con la forza. Infatti mentre provavamo la scena di Dioniso e Penteo abbiamo pensato molto a Cristo davanti a Pilato”. Il dio del XXI secolo sembra essere più vicino a Dioniso che a Cristo, spaventa, ammonisce e separa “è l'idea tra scontro tra civiltà orientale e occidentale, Dioniso viene dall'Asia, il luogo sconosciuto e si presenta nella Grecia civilizzata con riti nuovi. Si possono fare anche parallelismi a buon mercato: allora è come se un uomo si presenta nudo a piazza San Pietro e dice Credete in me sono il nuovo dio, voglio evangelizzare tutta Roma e cambiare questa città!, si potrebbe anche pensare all'Isis".

"L'idea di una nuova religione che cambia le leggi e il cuore delle persone è un'idea molto moderna" continua  Daniele "Il dio della vendetta ci fa pensare a certe vicende dei nostri giorni”.

Dioniso è in parte umano e la sua natura si manifesta nel cercare un potere autoritario ed egemone, palesandosi come alter ego di Penteo che invece perdendo il suo dominio ritrova l'intimità spirituale. “Fanno un cammino inverso. Penteo attraverso la morte conosce, ha un percorso di formazione. Nasce tiranno e finisce uomo fragile. Dioniso è il contrario, diventa tiranno, vuole sottomettere la città, vuole che tutti credano in lui e lo seguano. Sono personaggi intercambiabili”.

Allora è un testo che predica una fede, quella trovata da Euripide, o che la deride, in quanto porta alla perdizione? Secondo Salvo sia l'una che l'altra proprio perché c'è ambiguità nella Grecia antica “Non è una religione falsa, si manifesta attraverso sintomi reali, fisici. Che fa star bene ma poi ti uccide: come la droga. C'è una rivelazione religiosa, ma anche una riflessione su la religione oppio dei popoli ed è presentato lo scontro tra potere temporale e religioso. La religione viene utilizzata per conquistare il potere”. 

Fedeli e rapite dal culto sono le baccanti (Elena Aimone, Giulia Galiani, Annamaria Ghirandelli, Melania Giglio, Elena Polic Greco, Francesca Maria, Silvia Pietta, Alessandra Salamida), un coro di donne che appaiono in maschera con delle corna da ariete e a poco a poco che il potere di Dioniso accresce si smacherano e spogliano. Come un corpo solo cantano, ballano e raccontano, mantenendo però ognuna una traccia di riconoscibilità, sono membra autonome. “Il coro è la contestualizzazione della tragedia e deve essere un corpo unico ma bisogna salvaguardare le potenzialità di ogni singola attrice. Se avessi avuto più tempo avrei cercato di distinguere ulteriormente ogni attrice a livello vocale, di movimento ecc. Certo che l'effetto finale deve essere quello di un corpo dalle tante membra.”. Donne che lasciano i doveri della casa per scoprire l'ebrezza, l'eros, la femminilità: un esempio di emancipazione femminile. Negli anni '70 si sono combattute molte battaglie per i diritti della donna, ma ora sembrano dimenticati, ci si è assopiti e si sta cedendo a nuove etichette, nuove ingiustizie. Quindi più che mai la forza di queste donne è esempio, per quanto estrema è la possibilità di vivere fuori dalla civiltà e Agave lo capirà più di tutte. “È un testo molto femminile che parla di passioni femminili: donne che stavano sempre in casa scoprono il sesso, l'erotismo, Dioniso, il vino, l'ebrezza lo stordimento. Certamente è un modo per riaffermare l'identità della donna non borghese, che non sta a casa. È l'istinto femminile primordiale e ho scelto attrici che potessero comunicare la sfrenatezza di questo istinto potente, quello che è dietro al parto e a certe situazioni estreme  in cui la donna può ancora esprimere la sua forza e la sua energia senza troppa copertura sociale”.

Le baccanti  è un'opera sulla parte femminile umana, la più delicata e sensibile, più spirituale e astratta, ma forte e tenace. Tiresia è interprete della doppia natura sessuale e nell'apice della sua passione si sbottona e mostra i suoi seni “È un'antenna ricevente dell'influsso dionisiaco, mentre Cadmo aderisce per motivi politici, lui sente che questo è un dio vero”. Penteo invece è il tester di questa ambiguità, vestendosi da donna, invasato dal dio, “Dioniso così facendo lo mette in ridicolo, ma permette lui di trovare la propria intimità; ha una regressione, è un bambino tra le braccia di Dioniso e vuole rientrare nella madre.”

Il dio convince Penteo a seguirlo perché gli avrebbe mostrato le baccanti sul monte Citerone, mentre festeggiavano ebbre e nude. Nude sono, o quasi, sul palco, ma lo spettatore di oggi può comprendere cos'è arte e cosa pornografia da televisione, così tanto immerso in immagini e suggestioni piatte? “Questo è molto interessante. Secondo me lo spettatore attento e in buona fede riesce a capire e decodificare. Considerando che ormai il nudo a teatro è un clichè (dalle avanguardie dagli anni 60 gli attori sono tutti nudi), Ronconi diceva: il nudo e la morte in teatro sono due clichè.

Io penso che sono più in grado di capire gli spettatori che si lasciano attraversare dall'emotività, che non hanno sovrastrutture di tipo intellettualistico piuttosto che certi critici che giudicano lo spettacolo razionalmente o sono ancora più inquinati da questo mondo di saturazione pornografica.

Dipende com'è l'occhio dello spettatore se puro o impuro, perché potrebbe trasferire nello spettacolo tante cose personali e non capire, non riuscendo a leggere quello che vede. Noi a volte ci illudiamo di vedere una cosa e ne vediamo un'altra.”

A proposito di Ronconi, Daniele Salvo ha lavorato con lui per circa 18 anni, imparando a decodificare i testi “in fondo è il problema del nostro teatro. Si vedono rappresentazioni in cui il testo viene completamente frainteso e vengono frapposte le idee del regista. Questa è una cosa che io, assolutamente, cerco di evitare proprio perché vengo da quella formazione lì. Ogni testo ti parla in modo diverso e io cerco di entrare in rapporto con l'autore che è proprio quello che fa il regista.”

Dionysus però non è un museo per appassionati di tragedia classica, grazie al lavoro sulla voce, la scenografia (Michele Ciacciofera) e i costumi (Daniele Gelsi) è un'opera che spicca d'originalità “Io lavoro sulla voce da 25 anni anche con dei medici, foniatri e studiosi degli effetti del suono sul cervello; mi ha sempre interessato la voce come strumento a cui ridare la sua autonomia. Noi siamo abituati a usare la voce a servizio del linguaggio, ma se uno straniero ti ascoltasse non capirebbe nulla perché la nostra voce non significa di per sé. Invece è quello che fa il bambino e l'uomo antico, è comprensibile la sua esigenza dal suono che emette.

Lavorare sul linguaggio è quello che faceva molto bene Ronconi, ma io penso che questo legame con la voce è l'unica cosa che viene dall'interno del nostro corpo, quindi è un fatto intimo, anche un po' scabroso. Un legame profondo con il nostro corpo va sviluppato. Io ho un po' impostato il lavoro curando ogni attore cercando di sfruttare al massimo le potenzialità, in alcuni casi sono riuscito, in alcuni no, ma insomma cercare di far utilizzare all'attore la voce in modo non convenzionale non per fare strani suoni, ma per trovare la radice emotiva del suono per ogni situazione, personaggio, frammento del testo.

Il mio interesse è partito da testi di foniatria come Fussi, da testi di riabilitazione vocale, dalla psicoacustica, che studia gli effetti del suono sulla nostra mente. Oggi siamo immersi nei suoni”.

Niente è lasciato al caso  e le giacche in pelle sono un ponte con la contemporaneità, niente allusivo a fumetti o cinema, come diversi hanno presunto. “Non ci si può fermare alla confezione dello spettacolo: l'abbigliamento in pelle è dettato dal voler avvicinare la tragedia ai nostri tempi”.

Come la scenografia, che arricchita da video, crea un ponte tra le emozioni dei personaggi e lo spettatore “è una contestualizzazione e un'uscita più astratta. Ho cercato di chiedere meno realismo possibile in modo tale che si visualizzasse l'allucinazione, che si vedessero i pensieri, in cosa sono immersi i personaggi. Il feto all'inizio, la città in cui arriva Dioniso.

Come se tu mettessi un microscopio nella sensibilità ed emotività dell'attore per far guardare lo spettatore”.

Uno spettacolo che parla alla società di oggi, persa nel progresso, i cui valori vacillano.

“L'illusione dell'identità, l'omologazione. La tecnologia sta dando una grande mano. Tutte le identità particolari sono state cancellate. È rimasto solo il cibo come identità regionale. Non si sa più cos'è l'amicizia e il sesso addirittura viene praticato come imitazione pornografica. Non c'è quasi più nessuno che sa quale sia l'amore vero. Viviamo in una società quasi da uova fatali, romanzi di fantascienza, George Orwell. Siamo tracciabili sempre”.

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