ROMA – Dagli anni 90 in poi, dopo le ricerche di mercato, il televoto, i dati d’ascolto televisivi, e i sondaggi nazionali rivolti alla classe politica, il glossario delle e-mozioni è diventato sempre più ricco e aggiornato. I social network e le nuove tecnologie hanno suscitato sentimenti che non si conoscevano: ecco quindi l’ambiguphobia, che lo scrittore David Foster Wallace aveva coniato in tempi non sospetti per definire quell’ansia dell’essere fraintesi che ci fa inviare tre email di fila per spiegarci meglio, la ringxiety, l’ansia che ci fa tirare fuori il telefonino quando questo non ha affatto squillato, e così via.

I nuovi software hanno disperatamente bisogno di conoscere le reazioni emotive dei suoi utenti. “Buonasera! E’ un piacere vederti qui, divertiti su Facebook stasera”. E’ ciò che appare da qualche giorno sul più grande social network del mondo. Facebook lavora ormai con algoritmi che nascondono ciò che non piace ai suoi utenti(nella home di ognuno appaiono i contenuti su cliccano di più e gli amici con i quali scambiano più interazioni); suggerisce gli eventi che potrebbero interessare in base ai gusti e  raccoglie i dati di ogni singolo utente per nutrire indagini di mercato.

Se il mi piace è diventato nel tempo nutrimento quotidiano per chi cerca approvazione dai propri conoscenti, da pochi giorni anche un colosso come Twitter si è adeguato al trend, eliminando la leggendaria stellina con cui si manifestava empatia e si salvavano i tweet “preferiti” e sostituendola con un cuoricino - lo stesso di Tumblr o Instagram.

Le prospettive sembrerebbero tuttavia ben più consistenti e, in parte, inquietanti. Le startup della Silicon Valley sono al lavoro su software che leggano le emozioni di chi è davanti allo schermo (per capire ad esempio se gli utenti si annoiano o si divertono davanti a un determinato contenuto, e fornire poi i dati raccolti ai giganti dello streaming come Netflix o alle mega-piattaforme di insegnamento online  come Moocs). Si vocifera che Zuckerberg stesso stia lavorando ad apparecchi wearables (sul modello dell’iWatch), e punti quasi alla telepatia fra utente e software.

A cosa serve l’emozione come moneta di scambio? Perché le grandi multinazionali dovrebbero essere interessate ai nostri cambiamenti di umore? Perché un colosso della musica in streaming come Spotify ci tiene a farci sapere che nel settore “mood” possiamo trovare una playlist adatta anche ai momenti più tristi? Per offrire a tutti un servizio che sia costantemente adeguato alle sensazioni di ogni singolo e invogliare a usufruire di servizi (leggi: comprare), sfruttando appunto i sentimenti dei suoi utenti.

Il rischio di quest’altalena emotiva, con costanti stimoli a reagire e a condividere con gli altri ogni minima sfumatura della propria giornata, è quello di andare in tilt: è risaputo ormai che più si è connessi, più si è soggetti a sbalzi d’umore, ansia, nevrosi, in alcuni casi insonnia. Restano aperte le ovvie conclusioni per coltivare serenità e buonumore, magari all’aria aperta, magari in compagnia di un buon libro o un vecchio amico.

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