Il teatro permette di vivere lo spettacolo nel qui e ora, attraverso ogni senso percettivo, ma pochi ne tengono conto. Soprattutto viene trascurato l'olfatto. Così sentire un odore dalla poltrona in cui si è seduti provoca una meraviglia incomparabile.

L'Ubu Roi si apre con un attore in scena che ha un bastone al cui filo è appesa una salsiccia poggiante su una piastra di grandi dimensioni; quando arrivano gli altri personaggi il profumo di carne apre lo stomaco. Subito l'atmosfera diventa assurda e paradossale, ponendo dei presupposti chiari: chiede di essere creduta e in questo mondo fantastico bisogna sognare, divertirsi senza perdere il dramma in atto.

L'Ubu Roi di Alfred Jarry appartiene alla trilogia degli Ubu e ne costituisce la prima parte. Pensato tra il 1888-1889, al liceo di Rennes, si ispira al professore di fisica Félix Hébert, uomo reso il protagonista fantastico di molti racconti degli studenti, dati i suoi atteggiamenti bislacchi. La storia in cinque atti narra l'avventura di Ubu Padre, principe dei dragoni e ufficiale di fiducia di Venceslao, re di Polonia. Madre Ubu per ambizioni di potere lo spinge a uccidere il re, con l'ausilio del Capitano Bordure, prendendo il comando del territorio, ma il successo dell'impresa avrà conseguenze nefaste. Madre Ubu si dimostra un'egemone spietata che uccide la nobiltà polacca insieme ai magistrati e ai finanziari. I regnanti sono odiati dal popolo per le forti imposte e l'incapacità di regnare; inoltre diventeranno presto facili bersagli per i nemici, tra cui lo zar Alexis, complice del Principe Bugrelao (il figlio dei re Venceslao), che riprenderà la corona e Ubu Padre e Madre si daranno alla fuga verso la Francia.

Jerry apre la strada al teatro moderno dell'assurdo, il testo fantastico è accompagnato da un adattamento scenico inconsueto che Latini ha usato aggiungendo dei dettagli propri. Gli ubu vestono una tunica bianca e hanno una maschera da elfi, si muovono scimmiottando e producendo versi, ricordando le dinamiche del racconto L'immortale di Borges, contenuto nell'Aleph. Il re Polacco, con la pancia gonfia (di sé) viene trasportato dal figlio su una carriola a cui sono appesi dei palloncini e il suo scettro è un megafono. La regina ha un trucco enfatizzato e una posa plastica. Alla fine apparirà su un trono mobile simile alle raffigurazioni della madonna del 1200 o alla transazione della statua delle sacre religiose. Inoltre sono presenti due personaggi-orsi, vestiti anni '90 (dopotutto re Ubu e Bordura indossano dei giubbotti di pelle), un narratore interno (personaggio inserito da Latini e interpretato da lui stesso), tra Pinocchio e Pierrot e uno zar ninja.

La resa di Roberto Latini è abilissima, i colori ricreati dalla scena (Luca Baldini), i costumi (Marion D'Amburgo) e l'interpretazione degli attori rendono giustizia all'originale. Si crea un equilibrio perfetto tra il grottesco che si ispira alla recitazione e il simbolismo alle origini del teatro, come i personaggi e le scene della commedia dell'arte (i movimenti bidimensionali della regina presi dall''Innamorato, la costruzione di Bordura sul Capitano che è anche un gallo dal collo proteso, un uncino per mano e una gamba che si trascina o gli orsi che sono mimi; ma anche Madre Ubu interpretata da Ciro Masella con tanto di baffi ma voce in falsetto e gestualità da matrona) e il drammatico che trova spazio nei momenti del narratore. Latini accompagnato dalla musica di Gianluca Misiti (un genere vicino alla ska), incatenato con una cintura al collo, apre degli intervalli lungo tutta la storia. Con un microfono sempre in mano commenta la storia, ne enfatizza degli aspetti, urla, si lamenta e cita Shakespeare. Tra l'altro la storia ha dei chiari rimandi al Macbeth per Madre Ubu, ad Amleto quando Bugrelao rivede il fantasma del padre che chiede vendetta e Romeo e Giulietta per la storia d'amore degli orsi che muoiono in un loop finale credendo l'altro senza vita.

Il nuovo personaggio aiuta il pubblico a leggere tra le righe della rappresentazione la critica sociale rivolta ai governanti incapaci di gestire la cosa pubblica per egoismo, avidità e ignoranza ed evidenzia come l'amministrazione dello stato stia in mano a personaggi clowneschi che giocano a manovrare il destino che gli si ritorce contro. Inoltre crea dei momenti di forte drammaticità e lirismo aiutato dai cambi di luce e l'interazione con degli specchi che sembrano indirizzarlo a ritrovare se stesso e il suo ruolo. Dall'abito nero indossa un mantello rosso per poi diventare bianco. Questi tre colori caratterizzano lo sviluppo della vicenda fino al grande telo rosso steso al suolo che messo in movimento rimanda al bagno di sangue della guerra. Da sotto questo verrà fuori uno scheletro nero al quale il nostro Pinocchio si incatenerà iniziando un ballo vorticoso prima, intimo poi. La fine vede la morte di molti e i vivi si confrontano con questa, passano, la guardano, ne sentono il richiamo o girano intorno ad essa con la bici come i protagonisti in Vita mia di Emma Dante.

Sono presenti richiami a personaggi appartenenti alla contemporaneità di Jarry come il re Venceslao o l'Imperatore Alessio, Stanislao Leczinski, Michele Fédérovitch e Giovanni Sobieski. Ma è possibile trovare anche dei paralleli nella politica del nostro tempo, dopotutto le aspirazioni e i limiti dell'uomo non sono cambiati.

Ora l'esclamazione iniziale Merdra! (neologismo di Jarry) non scandalizza il pubblico come avvenne nella prima rappresentazione a Parigi, ma fa ridere, abbiamo imparato ad assistere a spettacoli paradossali, conosciamo il simbolismo e la patafisica, ma siamo davvero in grado di apprezzare uno spettacolo così alternativo? Siamo in grado di andare oltre le parole, lasciandoci guidare dai sensi, cogliendo l'essenza dell'allegria e del dramma? Se proviamo ad abbandonarci potremmo avere la possibilità di vivere la catarsi del XXI secolo.

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