Il 17 febbraio 1600, quattrocentosedici anni fa, bruciò per la prima volta in piazza pubblica, a Campo de’ Fiori, la luce del libero pensiero. Un rogo incandescente passato tramite il martirio del filosofo e frate domenicano Filippo Bruno, noto con il nome di Giordano. Un sacrificio che col tempo è andato a costituire la base del nuovo mondo che attendeva di uscire dalle residue nubi dell’Era di Mezzo. Un uomo divenuto simbolo di concetti che (in teoria) sono oggi scontati, anche perché i simboli della sua eresia bruciavano con lui, i suoi libri, messi anch’essi al rogo a San Pietro. Libri proibiti, vietati da leggere, poiché se l’ombra riesce a cancellare il pensiero di un uomo, riesce a cancellare anche l’uomo stesso.

Il pericolo del suo pensiero risedeva nella sua critica alla dottrina della Trinità, la concezione rivoluzionaria dell’universo e l’infinità dello stesso, il ruolo delle idee, gli infiniti mondi, la trascendenza e l’immanenza divina. In pratica la sua negazione del concetto di Dio così inteso da oltre mille anni. Una “immagine” divina perpetrata dagli uomini stessi e non arrivata a loro dall’alto. Una concezione così radicata da diventare quasi reale, spingendo i suoi creatori a difenderla da tutto ciò che la può spazzare via. Un antico modello che risiede nelle menti e che per sopravvivere ha come unica scelta non far entrare in esse nuove idee.

Quel 17 febbraio di oltre quattrocento anni fa bruciava Giordano Bruno, ma ad ardere nella notte del pensiero sarebbero state anche le idee. Un fuoco in grado di dare vita a concezioni nuove, perché la fertilità è nelle fiamme, bruciando le erbe secche del passato e permettendo il fiorire di un nuovo campo di fiori. Il pensiero di Giordano Bruno è così trasceso dalle fiamme, continuando ancora oggi a far tremare le pareti delle menti incastonate nella roccia, a riprova della grandezza della sua opera. L’uscire dai dogmi monolitici dei nostri pensieri può farci molta paura. Tuttavia ancor di più fa paura entrare, rimanere in questa prigione, diventando parte di essa, poiché nel profondo sappiamo, ormai da quasi duemila anni, di condannare a morte la nostra libertà.

“Forse tremate più voi nel pronunciare questa sentenza che io nell’ascoltarla”

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