Dalla bara al centro del palco spuntano due braccia tese, in movimento scattoso. Seguono le gambe con delle calze azzurro pastello, una creatura sta prendendo vita, mentre una voce fuori campo confessa di interrogarsi sulla morte e quel che segue.

Apre così Il pellicano di August Strindberg con la regia di Walter Pagliaro, al teatro Palladium.

La donna nel letto, dall’aspetto di una tomba, è la madre Elise (Micaela Esdra) che inizia a conversare senza mostrarsi con l’opulenta serva Margret (Luisa Novario).

In pochi minuti il personaggio si fa conoscere per il suo aspetto sinistro, emblematico per il contrasto che incorpora: una donna di età avanzata che vuol essere una ragazzina. Col passo pesante di una scrofa si lascia andare a una musica interna che la fa ondeggiare, come un volatile. Elise dovrebbe essere il pellicano che darebbe anche il suo sangue per il bene dei figli. Come ricorderà Frederik (Giacomo Vigentini) questa è solo una leggenda e lei al contrario priva per nutrirsi, riempiendo la sua prole di aria e menzogna.

Come sonnambuli Frederik e Gerda (Dalila Reas) vivono soffrendo per la fame e per il freddo, in un corpo incapace di svilupparsi.

Dovrà arrivare la morte del padre per innestare il dubbio, per mettere tutto in discussione, per indurre una reazione.

Elise ha ucciso il marito in un modo non perseguibile dalla legge, conducendolo alla depressione, al tormento, allo sfinimento fisico e mentale. Questo non da sola, insieme al genero/amante Axel (Fabrizio Amicucci), per dividersi l’intero patrimonio.

Ma in una vita di bugie e sotterfugi, si è in grado di salvaguardare qualcosa di puro, autentico, reale? Elise ormai è troppo sopraffatta dal male, tanto che anche Axel diventerà una vittima, perché del testamento e dei beni del defunto non c’è traccia.

Intanto Frederik matura uno sguardo cinico, amletico, e ai suoi occhi si svela l’orrore materno. Si alccolizza per riempirsi la pancia di qualcosa e approfondisce le dinamiche familiari, riconoscendo nella madre la causa di tutto il dolore.

Gerda che invece è stata a lungo accondiscendente, complice e devota, mentre la madre le ha sottratto l’unica cosa che contava, suo marito, ha bisogno di più tempo per ammetterlo. Servirà il fratello a metterla davanti ai fatti, facendole confessare che aveva imparato a tacere, per sopportare, per non essere esclusa.

Questo dramma da camera (kammarspel) in cui il giovane studente di giurisprudenza analizza il fallimento della famiglia nell’amministrazione domestica relegata alla madre, sembra una metafora dell’amministrazione dello stato. Quando la corruzione macchia la politica, i vecchi si ingozzano, cercando di avere molto più dell’occorrente e i giovani si abituano all’ingiustizia familiare. L’unica soluzione è svegliarsi dal torpore e ribellarsi, questo richiede un sacrificio, a costo della propria vita.

Sarà Frederik ad agire, ponendo fine al dolore di tutti, perché così non è vita, allora si rischia la morte.

Una tragedia greca, che chiama a giudizio il nucleo fondante della società: la famiglia, dove la madre, come Medea, mente e fa soffrire i figli innocenti. La chiave registica è il grottesco, con gli attori dal volto colorato, l’ossessionante rosso dell’arredamento, dei mobili, dei costumi, in contrasto con un verde petrolio del fondo e della madre.

Come la menzogna viene squarciata, anche la scena lo è, si entra in profondità, scoprendo la stanza dell’intimo, macchiata di sangue, con delle teste di porco appese e un taglio sulla parete bianca. Infine quando ogni speranza viene distrutta e la realtà appare completa, non resta che eliminare tutto, purificandosi dall’interno, bruciando, per attraversare il sogno. Nel fumo si crea un momento idilliaco, dove i due fratelli possono recuperare una fantasia per il futuro, possono salpare all’avventura, sulla nave che appare alle spalle.

Micaela Esdra torna dopo Alla meta con un personaggio aspro, sporco, ambiguo, per regalarci ancora una serata magica e turbante. Ogni personaggio ha saputo mostrarsi e raccontarsi fino all’osso. Pagliaro osa nell’interpretazione scenica, attraverso elementi metaforici. Forse non tutti indispensabili, come il manichino spogliato e privato del cuore, dal valore estetico e meno narrativo.

Elise chiede di non essere accusata, perché il male viene dall’alto, invece un colpevole bisogna trovarlo, per ricominciare, perché “dimenticare non si può, allora viviamo”.


 

 

 

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