E l'amore guardò il tempo e rise,

perché sapeva di non averne bisogno.

Finse di morire per un giorno,

e di rifiorire alla sera,

senza leggi da rispettare. Si addormentò in un angolo di cuore

per un tempo che non esisteva.

Fuggì senza allontanarsi,

ritornò senza essere partito,

il tempo moriva e lui restava.

(Pirandello, E l'amore guardò il tempo e rise)

 

Beckett in contatto con il teatro dell'assurdo, mentre stava scrivendo la Trilogia (Molley, Malone Muore e L'Innominabile), idèa Aspettando Godot: uno spazio senza tempo, come una vita dove si aspetta la morte e intanto si cerca qualcosa per intrattenersi.

Una delle opera più importanti del '900, rappresenta la crisi sociale e culturale presente, creando una metafora poetica.

Vladimiro (Pietro De Silva) ed Estragone (Felice Della Corte) si trovano davanti ad un salice per aspettare Godot. Non sappiamo chi sia questo personaggio, del quale l'autore non ha mai voluto dare un'interpretazione. Potrebbe essere Dio (God), una crasi tra God+Charlot, oppure un nome scelto perché popolare a quell'epoca. Fatto sta che loro sono lì ad aspettare perché quell'incontro potrebbe dare una svolta alla loro vita, salvarli. Il tempo condiziona l'uomo che vuole riempirlo il più possibile mentre aspetta l'arrivo della morte. La vita è un'eterna attesa della sua chiusura, per i credenti è una rinascita, una reincarnazione, per gli altri si tratta di cessare la propria sofferenza sulla terra.

Mentre aspettiamo di morire, viviamo nel tempo. Loro aspettano che passi il giorno perché ne arrivi un altro, sperando che arrivi anche Godot. Nella noia conoscono due personaggi, un padrone con un servo con i quali interagiscono. Il tempo non esiste, Estragone e gli altri personaggi dimenticano di essersi conosciuti già e tutto sembra ripetersi, solo Vladimiro è cosciente e rassegnato.

I due protagonisti sembrano il clown bianco e il clown rosso, creando un'ironia amara che fa ridere e riflettere (rintracciabile l'influenza del Charlot di Charlie Chaplin). Contestualizzati nei nostri tempi, il regista Claudio Boccaccini li fa parlare in napoletano, mentre Pozzo (Riccardo Barbera) ha un dialetto del nord.

Pozzo e Lucky (Roberto Della Casa) sembrano provenire da un circo, il padrone (che ricorda il re del Piccolo Principe) è un domatore che non ha una scimmia, ma un uomo pronto a cantare, ballare e pensare a comando. Il rapporto archetipo tra servo e padrone teorizzato da Hegel, dove l'uno ha bisogno dell'altro per sopravvivere. Il padrone deve esercitare il suo potere su qualcuno e l'altro deve servire per avere uno scopo nella vita, entrambi sono incatenati nel loro ruolo.

Il pannello sullo sfondo cambia colore dal giorno alla notte, un salice e una montagna di spazzatura, come una visione onirica sul palco per far vivere un sogno nel quale si ride e si piange. Uscendo i personaggi dal ruolo, nel metateatro, dichiarano di stare a teatro e ricordano agli spettatori che tutto quello che stanno vivendo è vero e loro ci sono dentro.

 

 

 

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