Lasciami entrare” il romanzo, uscito nel 2009, dello scrittore svedese John Ajvide Lindqvist, ha modificato la percezione letteraria del genere horror.
La trama ruota intorno ai protagonisti Eli ed Oskar, due ragazzini di 12 anni. Eli, trasferitasi da poco nel quartiere di Blackberge, Stoccolma ovest, s’ imbatte in Oskar timido, insicuro, solo. Da questo punto in poi la “tensione narrativa” sale. Chi è realmente questa bambina pallida, con occhi grandi, che “se salta sembra volare”, esce solo con il buio, dall’odore acre e pungente? Prende il via la storia della loro amicizia, che a 12 anni “sa” anche di amore, di cotta……
La “strana fanciulla” diventa confidente, amica del cuore e protettrice di Oskar oggetto di scherno e bullismo da parte dei compagni di scuola. Protettrice, si, perché Eli ha una forza fisica sorprendente….
L’abilità di Lindqvist è di rendere fluido un intreccio complesso. In parallelo viaggiano altre storie che completano il puzzle inquietante. Omicidi efferati compiuti in maniera seriale terrorizzano la periferia di Blackberge e scie di sangue misteriose accompagnano queste morti.
La semantica “di ciò che fa paura” si trasforma. Lindqvist mette in atto una rivoluzione concettuale, partita negli anni ‘80 con il romanziere americano Stephen King.
In questo libro la paura si dissocia dallo splatter che ha un forte impatto “visivo”.
Lo stile di vita di un’Europa del nord, “oscurata” dall’Inverno, il buio ed il silenzio rievocano atmosfere di terrore non sensazionali, non “scenografiche” ma reali e profonde.
L’orrore in questo romanzo è “tridimensionale”: Lo troviamo in alcuni aspetti dell’essere “bizzarro” che è Eli, lo troviamo negli omicidi efferati, ma lo troviamo anche nei racconti su di una periferia degradata quale appare quella di Stoccolma. Uno spazio urbano fatto di solitudine, disagio e violenza.
La prosa asciutta ed essenziale, senza essere scarna, ci accompagna durante la lettura, regalandoci anche momenti di delicatezza, tenerezza legati alle vicende dei due protagonisti. Il loro legame non è altro che uno specchio: riflette la difficoltà generale di conoscere il diverso, di accogliere l’altro.
Aveva un aspetto strano. Capelli neri lunghi fino alle spalle. Un volto rotondo e un piccolo naso…Era molto carina. Ma c’era qualcos’altro. Non portava né giacca né berretto. Soltanto una sottile felpa rossa.. anche se faceva piuttosto freddo.. I suoi occhi erano scuri e il pallore del volto li faceva sembrare più grandi.” (p.42)

Edizioni Marsilio
pp.461

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