C'è chi va a vedere uno spettacolo informato e chi preferisce non sapere nulla: in entrambi i casi A sciuquè spiazza.

Spiazza chi si aspetta di vedere un giocatore d'azzardo e chi non si aspetta nulla. Dall'interno muove dei passi di cambiamento, utilizzando quelle strutture note agli spettatori.

Ivano Picciallo, Adelaide De Bitonto, Giuseppe Innocente, Igor Petrotto e Francesco Zaccaro sono dei bambini che giocano e lo fanno a lungo, in un tempo che raramente il teatro si concede. Senza fretta di dover raccontare, mostrano al pubblico che si sente un voyeur, una scena cinematografica, dove gli attori sono soli. Non coinvolgono, finché Ivano non va in proscenio e racconta, diventando il protagonista. Ancora siamo smarriti tra i loro dialetti, tutti diversi, tutti del sud, mentre il gioco si fa più adulto e subentrano la maturità e l'autoerotismo. In quel fragile momento d'intimità ogni barriera viene infranta e lo spettatore è dentro, più che coinvolto. Allora seguirà in un'impersonificazione il gioco della seduzione, le prime sbronze, le prime volte.

Il ritmo tenuto è anomalo, mentre il tempo sfugge alla prima scena e a quella centrale del matrimonio, la conclusione sembra frettolosa. Chi vuol sapere potrebbe rimanere deluso, chi vuol godersi delle emozioni sorpreso. Per apprezzare questo spettacolo bisogna abbandonarsi, senza voler cercare un punto. Invertendo il climax è l'inizio il momento drammatico forte, lo possiamo accettare andando un po' fuori dal rigore concettuale. Perché il reale picco del testo, quando il protagonista cede al gioco compulsivo, è una porta verso un declino inesorabile, conosciuto per stereotipi, difficile da descrivere. Qualche frase, qualche immagine lo rappresentano, il senso di impotenza, la menzogna per il non riconoscersi, l'allontanamento delle persone amate, l'incapacità di smettere. Una malattia, quella di non sapere più chi si è e di non essere più padroni si sé: è la dipendenza. A differenza del resto dello spettacolo che comunica per emozioni e immagini, questa parte è più raccontata, è più logica e meno empatica. Sospendendo giudizi tecnici e necessità di valutare, concedendosi a ciò che resta in noi a fine spettacolo, comprendiamo il punto di vista del regista, comprendiamo cosa ci sta raccontando. Quel piacere, che ci guida da piccoli alla scoperta del mondo, può diventare una dipendenza se lo isoliamo, se lo pratichiamo da soli, se il gioco si riduce a vincere o perdere.

Nato da un monologo, vincitore del Premio della Direzione della Nico Pepe in Giovani Realtà del Teatro, A sciuquè debutta per la prima volta il 22 e 23 aprile al Cinema Palazzo (che stava per diventare un casinò). Potrebbe perfezionarsi e può, perché il teatro si fa anche con il pubblico ed è con lui in continua trasformazione, in evoluzione, è uno scambio continuo che può migliorare entrambi.

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