Licia Lanera era già stata al teatro India con il testo di Pier Paolo Pasolini. Era il 2015, Di Giammarco la aveva invitata per la rassegna Garofano Verde, scenari di teatro omosessuale, e lei ha portato un estratto di Orgia: La donna nell’uomo. Il reading già prevedeva la nudità dell’attrice e la poltrona di pelle, gli anfibi e la felpa nera col cappuccio, la voce in scena e fuori. L’attrice e regista aveva trovato già una chiave per entrare nel testo, per dare corpo al teatro di Pasolini.

Orgia prevede due protagonisti, l’Uomo e la Donna, che, chiusi nella loro camera borghese, praticano esperienze sadomaso per scoprire una nuova libertà nella prigionia sociale. Superati i limiti della sofferenza, la morte non fa così paura, quanto una vita che richiede finzione fin dal suo mezzo di comunicazione: il linguaggio.

L’articolazione verbale trae in inganno e non permette mai di conoscere la verità, mentre il corpo sa esprimersi con gesti chiari e universali. Il corpo non fa distinzione tra dolore e piacere e conduce la Donna al suicidio. L’Uomo ritenta l’esperienza con una prostituta, non in grado però di comprendere la metafora sociale della violenza sessuale. Così l’uomo ne resta esanime, soffocato nel suo vomito.

Licia Lanera, ha scelto di interpretare l’uomo e la donna, annullando ogni distinzione di genere, per essere vittima e carnefice insieme, di sé e dell’altro, per provare la liberazione e la vergogna della violenza subita e procurata. Modula un ampio spettro di emozioni, dalla più dura e feroce, alla più sensibile e dolce. Bestiale, greve, maschile, con il cappuccio in testa e le gambe larghe, domina il rapporto. Sensuale, giocosa e riflessiva, accoglie gli ordini, ubbidisce e si trasforma con una sottoveste bianca. La Donna si spoglia, nuda si abbandona a ciò che le viene chiesto e sembra rinascere dopo pugni, strattonate e ferite. Assolve in quegli atti le colpe e l’umiliazione di doversi mostrare come un’altra, pubblicamente, nelle vesti di piccola borghese rispettabile. Le parole poetiche di Pasolini arrivano dalla soave voce registrata, mentre l’attrice reagisce fisicamente con il linguaggio del corpo. Risponde correndo, ridendo, muovendosi sensualmente in un atto di seduzione. A scandire i momenti oltre alla luce blu, verde e poi rosa è la musica classica prima e rap (Eminem) dopo. Appaiono come visioni dipinti su tela seicenteschi (Paesaggio con la Ninfa Egeria di Claude Lorrain, Maddalena in estasi di Caravaggio, Ila e le Ninfe di Francesco Furini) riprodotti dal pittore Giorgio Calabresi, come si faceva una volta in teatro. Vediamo un paesaggio rurale, come il paese dove la Donna è cresciuta, che il tempo non scalfisce e tutto resta uguale, verde, pieno di luce. Vediamo un ritratto di donna devota, in un’espressione di rivelazione corporea, il cui volto è stato segnato da un gemito tra doloroso e piacevole. Infine dopo la morte della Donna, un dipinto di candore e sensualità femminile, tra i toni cupi e decadenti di una notte su lago. Un quadro solenne che richiama il suo ultimo gesto, tragico.

I dipinti rimandano al racconto, aggiungendo un non detto, senza limitarsi a esserne iconografia.

I microfoni in proscenio servono a rapportarsi direttamente al pubblico. Il personaggio si avvicina alla platea e comunica la sua morte, avvenuta dopo quello che sta per essere messo in scena. Una riflessione sulle costrizioni sociali e sul ruolo del diverso, che deve nascondersi nell’omologazione per sopravvivere. Diretto personalmente al pubblico, nella sala ancora illuminata, chiede se “si può agire senza decidere?” e poi punta il dito dritto a uno spettatore, creando imbarazzo per chi è abituato a vivere il teatro passivamente.

La produzione Fibre Parallele coglie in Pasolini la volontà di scandalizzare e quindi sovvertire la convenzionalità, che porta il teatro alla morte. Il testo teatrale può apparire verboso, per l’intento dichiarato di Pasolini di arrivare a pochi, colti, in una forma poetica, affronta tematiche filosofiche, come l’ancestrale dilemma della morte. Rappresentarlo significa essere in grado di farlo respirare attraverso i mezzi che il teatro offre al di fuori del testo: il corpo, la scena, le musiche, le luci, la regia. Per la dimestichezza nel modulare le parti e la capacità di tenere vivo un ritmo drammatico e ilare, Lanera permette di entrare in contatto con Orgia.

La riflessione proposta è su cos’è essere vivi e quindi sulla morte che si cerca nel “dar morte per morire”. Morte e vita del corpo e dello spirito dipendono dalla libertà d’espressione e quindi d’essere. Un tema fortemente drammatico che trova la sua leggerezza nell’ambientazione, una notte in cui una coppia fa esperienza sadomaso, e la rappresentazione, un’attrice che si divide contemporaneamente in due personaggi. La paura e la sofferenza trovano respiro nel racconto corporeo, i seni scoperti, la fellatio al microfono, lo yogurt che schizza come sperma e cade come vomito. Il linguaggio elaborato, che cerca coerenza e verità, viene superato dall’atto concreto dell’attore, che sperimenta ciò che le parole tentano di afferrare. Sembra di comprendere il senso profondo del teatro stesso, fatto di azioni mostrate e vissute, purtroppo, spesso, deturpato e sfruttato per essere un contenitore vuoto, a uso di quella società accusata da Pasolini, che è ancora la nostra società, ed è stata la società dei nostri padri. Bisogna così continuare a proteggere il teatro da tutti i mal intenzionati che non ne colgono la sacralità.


 


 


 

 

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