Omonimo dell’incompiuto di Rousseau, "Fantasticherie di un passeggiatore solitario" racconta le vicende di tre personaggi in epoche diverse: ci sono un bambino e un vecchio in un tempo lontano - sembrerebbe il medioevo - resi in stop-motion. Poi abbiamo Renou, pseudonimo di Rousseau, che tenta di scrivere rinchiuso in una stanza-prigione. Infine Theo, contemporaneo.

Il bambino e Theo trovano un libro che indicherà loro una nuova strada, la fantasticherie n°23, il cui ultimo capito li porta a vivere un’avventura fantastica. 

“Autori come Jean-Pierre Jeunet e Michel Gondry mi hanno condizionato negli ultimi 10 anni, soprattutto i loro primi lavori. Il loro modo di fare mi affascina moltissimo e mi piacerebbe accostarmici” ci racconta il regista Paolo Gaudio. Per uscire fuori dagli schemi ha dovuto affrontare diverse difficoltà pratiche, ha impiegato cinque anni per arrivare sul maxi schermo. “Mi auguravo di metterci meno tempo. Sapevo che le animazioni mi avrebbero portato via un anno, invece siamo stati bravissimi finendo in 9 mesi. Finché non è comparsa la Smart Brands ci è successo di tutto".

Un'esperienza che lo ha fatto soffrire tantissimo, che lui stesso definisce formativa. "Dovevo affrontare questo per fare un film così anarchico, fuori dagli schemi. Pensa se un produttore avesse seguito il film dall'inizio e se mi avesse concesso di fare quelle scelte con quel finale”. 

L'originalità di Fantasticherie appare immediata, sia per la commistione tra le tecniche di animazione e personaggi reali, sia per il montaggio che racconta tre vicende contemporaneamente, nonché per le tematiche che collegano la filosofia alla fantascienza e alla quotidianità.

 

Deliradio: Perché hai scelto il fantastico? Vi sono dei motivi economici dietro la decisione di utilizzare lo stop-motion?

Paolo Gaudio: Crescendo mi è rimasto dentro tutto l'imprinting del cinema fantastico, che persiste quando penso a una storia da raccontare: tutti i film visti da bambino erano stati realizzati con la tecnica dello stop motion. La fantasia può essere il veicolo giusto, una lente, per raggiungere certe parti dell'umano che altrimenti sarebbero difficile da raccontare. Ci permette di essere davvero noi stessi.Dal punto di vista economico ci ha aiutato la clay [la plastilina con cui ha creato i personaggi animati, NdA], ci ha dato molta libertà per esprimerci come volevamo. È una scelta che rifarei, non dettata dalla necessità.

 

D: Perché hai scelto Rousseau?

PG: In qualche modo è una sorta di cocktail di quello che mi affascina dello scrittore-poeta-filosofo, figure che nel mio immaginario un po' si confondono.

Quando ho immaginato questa vicenda ho costruito una sorta di Frankenstein con FlaubertKafka e Dostoevskij. Ci sono moltissimi passaggi della biografia di Rousseau che mi hanno sempre colpito: doveva contrabbandare le sue idee in maniera clandestina, diventando un supereroe degli scrittori, di giorno insegnante e di notte scrittore di pensieri del tutto innovativi per l'epoca.

Io penso che i veri cambiamenti si combattono con carta e penna. Sono le idee che cambiano il mondo.

 

D: La ciclicità del tempo e la connessione tra le vicende ci ha ricordato Nietzsche.

PG: È senza dubbio il mio scrittore preferito. L'ho letto in passato e continuo: da quando ho 17 anni è una presenza che provo ad affrontare e che mi condiziona anche il quotidiano, quindi era inevitabile la sua presenza.

Ora sto scrivendo una cosa che ho aperto con una frase di Al di là del bene e del male.

 

D: Perché viene citato il libro "Alice nel Paese delle Meraviglie" ma senza finale?

PG: Volevo raccontare l'idea di un'infanzia interrotta, levare il finale a qualcosa che lo aveva.

Alice ti permette di iniziare a riflettere fin da piccolo su come la ragion pura e la ragion pratica ti condizionino. E l'ho voluto mettere in relazione a un'infanzia negata, spezzata o non concessa.

 

 

D: In "Alice attraverso lo specchio" leggiamo: -Sogna di te!- esclamò Tuidledì, battendo le mani con aria di trionfo. -E se cessasse di sognare di te, dove credi che tu saresti? (Lewis Carroll, IV capitolo).
Anche i personaggi sono idee nei sogni degli altri?

PG: La citazione va verso la direzione che ci dicevamo. Un testo per bambini così profondo da emozionare gli adulti.

In realtà non era mia intenzione mettere questi personaggi in maniera così dritta l'uno dentro l'altro, però ci sono finiti: hanno stesse ambizioni e stesso destino, essere eroi fallimentari.

Di solito l'eroe fantastico parte e salva il mondo; i miei eroi partono con la consapevolezza che falliranno, ed è questo che li rende eroi.

 

D: La scena di Renou che entra nel cassetto sembra la stessa del bruco di Alice di Jan Svankmajer. Ti ispiri a questo autore?

PG: La scena che hai notato è un richiamo diretto. Svankmajer usa il cassetto come tana del coniglio ed è l'unico a dare così giustizia alla favola.

Il mio personaggio entra ma ne riesce subito come se fosse già nel mondo dell'assurdo. Lui è costretto al fantastico, lui sta sempre chiuso, anche il flashback all'aperto è claustrofobico.

È un omaggio al quale ho provato ad aggiungere qualcosa.

 

D: Qual è il motore dei personaggi?

PG: Theo è gravato dalle azioni che i genitori gli hanno messo sulle spalle, mentre Renou ha un senso di colpa più profondo dovuto all'amore. A volte può essere un posto meraviglioso, una porta verso la libertà, ma tante altre volte può essere una cosa devastante.

 

D: È l'amore per la donna o la scrittura?

PG: In un certo senso è la stessa cosa. L'amore per l'arte è l'amore per sé, e quando si ama una persona bisogna rinunciare a una parte di sé. Ciò che non funziona è che lui vorrebbe amare la moglie attraverso la scrittura invece di stare con lei. Come a un grande buffet dove si prende ciò che ci piace senza dare niente di nostro.

 

D: Il personaggio di Theo a chi è ispirato? A Harry Potter?

PG: Io volevo qualcuno che fosse a metà: né un nerd né un topo da biblioteca, non doveva appartenere a nessuna di quelle comunità che riconosciamo per strada . Nel suo 'non essere' vedevo una figura estremamente romantica, capace di restare all'interno della sua fantasia per giorni interi. Theo è un bambino un po troppo cresciuto che conserva la meraviglia. È oggettivamente qualcuno che ha dentro di se un dramma profondo che lo costringe a rimanere impigliato ed è la fantasticheria n° 23 che gli chiede di agire, di partire. Il look che ho scelto per lui è stile anni 80, come il protagonista dei Gremlins.

 

D: Qual è l'effetto che volevi creare nello spettatore con il finale? E' piuttosto inaspettato.

PG: Spero che gli spettatori provino la stessa esperienza, la stessa sensazione che ho provato io leggendo romanzi incompiuti. Quasi aver capito, quasi esserci e invece è tutto finito. Ma non essendo un finale potrebbe essere in realtà un nuovo inizio (nella scena finale un bambino si mette sulle spalle un vecchio, NdA).

Il passeggiatore solitario non fa nient'altro che mostrare il procedimento del pensiero; il finale è un invito a proseguire questo cammino con i personaggi che ho raccontato, e - in un certo senso - non ci consente una valutazione netta. Il viaggio continua finché non accettiamo che il fallimento fa parte della nostra natura, del sistema che ci tiene insieme.

Nietzsche cercava di spiegare questo: sono gli errori che ci caratterizzano, più dei successi. La nostra società non lo accetterà mai. C'è un senso di colpa nella nostra generazione che ci devasta, ci distrugge.

 

Intervista di Federica Guzzon 

 

 

 

 

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