Piove sul bagnato a Roma. Nei giorni successivi alle dimissioni del sindaco della capitale Ignazio Marino, esce, nelle sale italiane, la seconda fatica cinematografica di Stefano Sollima: Suburra. Il regista romano non abbandona il genere gangster, di cui è divenuto ormai un vero e proprio maestro, e racconta una città in macerie, comandata da poteri occulti, da famiglie, da clan e mafie; si parla di una vera e propria rete capillare di criminalità e corruzione, pronta ad autodistruggersi e a trascinare con sé, nell'oblio, l'intera urbe.

Sollima descrive in modo cruente e forte le vicende in cui si intrecciano potere, trasgressione e perdizione. Non ci sono vincitori però nella Roma suburrana, ma solo vinti. Tutti sono colpevoli della caduta ormai irreparabile: un politico vizioso (Pierfrancesco Favino), un organizzatore di feste (Elio Germano), un criminale di Ostia (Alessandro Borghi), il capo di un clan (Adamo Dionisi), l'ultimo boss rimasto della banda della Magliana (Claudio Amendola), vescovi corrotti, prostitute, un Papa che si dimette. Un'unica vittima: Roma, dove ormai è permesso tutto, anche “pisciare” fuori dal balcone. Sembra averla già sentita questa storia. In ogni caso, il regista di A.C.A.B.-All Cops Are Bastards racconta questa triste realtà accompagnando lo spettatore verso il fallimento, verso il giorno dell'Apocalisse. Il tracollo arriva inevitabilmente in novembre, nel 2011, tra acquazzoni e piogge torrenziali.

Tratto dall'omonimo romanzo di Carlo Bonini e Giancarlo De Cataldo, il film, un noir amaro e duro, sembra ormai l'atto cinematografico conclusivo della sconfitta di Roma, dopo La grande bellezza di Paolo Sorrentino. Sollima, tornato alla regia cinematografica dopo 3 anni, intervallati dalla fortunata parentesi televisiva di Gomorra - La serie,  firma un ottimo film con estrema forza espressiva, rivelando un mix letale di avidità, potere e, soprattutto, violenza, che ha sancito il crollo di una città, Roma, ormai affogata nelle proprie lacrime.

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