Julian: “Oh (in questa sconfinata villa italianizzante)
Certamente nulla…Una foglia sperduta,
una porta cigolante…Un lontano grugnito. ” 

 

La capacità del teatro nei confronti del cinema è di poter prendere un testo di un'opera senza variarlo ma riuscendo a farne una rappresentazione diversa attraverso la messa in scena. Questo fa dichiaratamente Valerio Binasco con Porcile di Pier Paolo Pasolini (scritto nel 1966) che scegliendo come aspetto preponderante i rapporti famigliari, da' vita a qualcosa di nuovo. Già in passato e nel film di Pasolini stesso (Porcile, 1969) è stato usato il linguaggio simbolico e messo in luce ampiamente il discorso politico dedotto dal testo. Binasco, in linea con la sua poetica, ricerca l'umanità dei personaggi, per rappresentare la complessità della persona dietro il ruolo sociale che incarna.

Porcile diventa un'opera intima, i colori della scenografia sono tenui, la luce abbraccia la scena creando un alone di sogno e favola e i personaggi sono assurdi per quanto caratterizzati né 'l'abito che fa il monaco'. Il tempo del racconto si dilata, diventa rarefatto, per calarci nell'abisso di Julian e Ida e del signor Klotz e della signora Bertha Klotz. La storia resta appunto invariata: nella Germania del 1967 due ragazzi dialogano svelandosi, Julian è introverso e nei suoi 25 anni sembra ancora un bambino senza responsabilità né idee o un lavoro. Mentre Ida di idee ne ha tante e vuole scoprire il mondo e il suo amore per Julian. Dall'altra parte ci sono i genitori del protagonista che lo osservano preoccupati per il suo destino, Klotz è un grande industriale e vuol inserire il figlio nella sua azienda, vuole educarlo nella sua morale borghese, scordandosi che ciò di cui avrebbe più bisogno sarebbe amore e fiducia. Julian allora sperimenta l'affetto in altre forme, va spesso nel porcile dei contadini e si innamora dei maiali. Quando lo scoprirà il rivale del padre, il signor Herdhitze, non perderà tempo per un ricatto. Eppure anche lui aveva un segreto, si era arricchito togliendo i denti d'oro agli ebrei uccisi nei campi di sterminio. I due per salvarsi decidono di entrare in società con il logo Herdhitze-Klotz: la successione dei nomi è decisa da una priorità alfabetica, spiega Bertha, eppure rimane l'allusione che la colpa di Julian, disgustosa, sia peggiore del crimine all'umanità commesso da Herdhitze. Siamo giunti alla fine e restituito un nuovo equilibrio, ecco che i contadini annunciano che i maiali hanno sbranato Julian, di lui non resta più niente e Herdhitze intima il silenzio.

Ogni personaggio ha una parte oscura, una colpa, per cui deve combattere contro gli altri, tutti vogliono mangiare tutti in questo porcile e non c'è spiraglio d'amore. Per raccontare questo, ogni scena è costruita esteticamente per superare la parola e mostrare, tramite il corpo degli attori, il cuore dietro la maschera. Julian (Francesco Borchi) ha degli occhiali vistosi, i capelli scombinati, assume posizioni inconsuete, ha spesso le mani tra le gambe e si spalma la torta in faccia. Inevitabile è il disgusto del pubblico, voluto, perché non bisogna immedesimarsi in lui o averne pietà, egli va solo compreso con la parte di noi che più ci fa ribrezzo, ma (che) esiste. I signori Klotz creano invece un personaggio unico, dove vengono invertiti i ruoli di padre e madre, con una costruzione plastica dei loro movimenti, che diventa anche costruzione plastica dei loro sentimenti, incarnano quei valori borghesi dell'apparire belli, puliti, acculturati e uniti. Le scene intime tra i due svelano però un rapporto lacero, nell'impossibilità di aderire all'idea di genitori giusti e di uomini potenti. Sono fragili, non comprendono il figlio, sono soli e impauriti.

Binasco ricerca in questo rapporto la giustificazione delle scelte di ognuno, dando sensibilità a un'opera che ne sembrerebbe priva, ma privo non ne era Pasolini che nell'arte cercava un dialogo con la vita e l'umanità nello scorrere del tempo e dello spazio. Se si pensa inoltre alla sua operazione di decontestualizzazione delle tragedie classiche (Medea, Che cosa sono le nuvole, Edipo re, Appunti per un'Orestiade africana), si può trovare una motivazione nel lavoro azzardato e coraggioso di Binasco. Al di là del gusto proprio di godimento dello spettacolo, nessun pasoliniano potrebbe rintracciare un divario con il modus operandi di Pasolini.

 

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