Yerma in spagnolo significa deserto, aridità e i nomi segnano i destini di chi li porta. Così Yerma di Federico Garcia Lorca è la vicenda di una donna che non riesce ad avere figli: la sua storia non ha futuro, lei invecchia e dopo di lei non ci sarà più niente. Cresce la consapevolezza che le corrode l'anima e tanto prova a ribellarsi alla sua situazione, cerca soluzioni, ne discute, tanto tutto perdura inesorabile. Il nemico maggiore in tutta questa storia è il marito. Lui dei figli non li vuole, allora non può averne neanche lei.

Nel lontano 1930 Lorca anticipa i temi protagonisti della nostra epoca: chi ha diritto di avere un figlio? Come si può averlo da soli? Qual è il ruolo familiare di una donna e di un uomo all'interno della società? L'uomo deve lavorare e la donna curare la casa, i figli sono il frutto dell'amore, ma se l'amore non c'è? Se l'uomo lavora per stare lontano da casa e la donna si allontana dalla casa per cercare il suo sposo? Perché una casa vuota a cosa serve pulirla, una casa che non è invasa da urla di gioco, che non è consumata dalla vita.

Cinque corpi nudi (Gianluca Merolli, Elena Arvigo, Enzo Curcurù, Giulia Maulucci, Maurizio Rippa), con solo la biancheria intima, cinque sedie, dei tappeti persiani e la sabbia, un sacco pieno, da cui risorge Yerma e in cui finirà. Gianluca Merolli, il regista, vuol arrivare dritto al punto, senza distrazioni.

Lo spettacolo si apre con un uomo in carne (Maurizio Rippa) che canta leggero in un microfono, le parole si cullano nell'aria creando un dolce momento drammatico. Si illumina poi la scena e al centro c'è una donna sepolta dalla sabbia, da cui si vede il ventre che respira. Dal momento in cui si toglie la maschera si aggiungono altri tre personaggi che girano intorno alle quattro sedie al bordo del tappeto centrale e poi ognuno prende posto. I personaggi sono presentati e a mano a mano ognuno svelerà il ruolo che impersona. L'uomo che cantava rimane esterno alla vicenda che continua con il canto e con l'impersonare una voce che si relaziona con l'inconscio della protagonista, sembrando a volte il bambino che vorrebbe nascere ma non c'è. La sua voce bassa e il suo essere a volte deus ex machina ricorda il teatro di Pippo del Bono.

La narrazione è aiutata da mascheramenti e costumi di scenografia a vista che creano nuovi personaggi dai corpi neutri degli attori. Si alternano momenti comici, come le vecchie del paese che si incontrano per spettegolare su Yerma, come fanno i Doppio Senso Unico, riprendendo la tecnica di Antonio Rezza.

L'opera raggiunge un picco drammatico che non viene sciolto. Non c'è liberazione per gli spettatori che partecipano al tormento angosciante di Yerma, che lotta disperatamente ma non riesce a superare la sua tragedia di vivere; commette allora un atto estremo, che invece di innalzarla la fa sotterrare nuovamente. Come un cerchio torna da dove è partita, una predestinazione nella quale lotta per opporsi, forse.

Un momento molto emozionante è il rito di fertilità svolto da una chiaroveggente nel cimitero, annunciando il finale. Purtroppo dura troppo poco per il piacere estetico dello spettacolo.

Yerma quindi segue il suo destino e con lei lo spettatore rivive un malessere senza mezzi termini, a cuore aperto, venendo toccato nell'intimo, nella sua fragile nudità di ambizioni irrealizzate, di solitudini non consolabili, di incomprensioni e scelte sbagliate. 

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