“Solo una cosa chiedo adesso a mio figlio, ora che la mia vita in un modo o nell'altro è andata,

sacrificata per tenere uniti i pezzi del suo futuro: ogni tanto, amore mio, ricordati di essere felice”.

Un libro di racconti che vuole essere un elogio alla vita.

“Sono racconti considerati come monologhi,- spiega l'autore- l'ultimo è andato in scena a Roma.

Ognuno pone una domanda, lo scrittore non deve dare risposte. È un libro di voci”.

Claudio Volpe condivide con Deliradio la sua esperienza di scrittore nato in provincia di Latina e conosciuto un po' in tutta Italia grazie ai suoi romanzi, ultimo Ricordami di essere felice  (Edizioni Anordest, 2015).

 

Chi è e che ruolo ha per te lo scrittore?

L’idea che ho io è partire a scrivere muovendo dalle ingiustizie. La scrittura deve avere un dato di bellezza, cercando, con uno stile che possa emozionare o meno, di dare un contributo alla crescita collettiva della società. Che è un po’ la figura che aveva lo scrittore nel passato, intriso nella realtà in cui viveva, ne denunciava i problemi, avanzando ipotesi di significato e tentativi di comprensione; solo negli ultimi decenni il libro è diventato un prodotto commerciale.

 

Si può vivere scrivendo?

Economicamente no. Lo scrittore non è chi vive di scrittura ma colui che senza scrittura non vive.

 

Ti sei sempre sentito scrittore?

Ho sempre amato raccontare storie. A ventun'anni ho scritto il mio primo romanzo. Raramente mi definisco scrittore, sono una persona che sta compiendo un percorso, sta provando a diventare scrittore. È una cosa che ha bisogno di molto tempo, fatica e impegno.

 

Bastano le parole per cambiare il mondo?

A me piacerebbe pensare di si. Sicuramente le parole non cambiano il mondo. Certo non lo possono cambiare dall’oggi al domani, però sono sicuramente molto forti. Possono lavorare a far riflettere, a far

osservare le cose da un diverso punto di vista, ad aprire la mente. Nell'immediato ci sono interessi economici più forti, nonostante tutto leggere rende l’uomo più libero e più felice.

 

Scegli le parole in base al lettore o parti da qualcosa che ti senti dentro?

Solitamente non sto lì a pensare al lettore, faccio i conti con me stesso. La narrativa parte da un motore interno. La scrittura è un viaggio che tu affronti a partire da te stesso senza rimanere chiuso in te; senza pensare di dover dare qualcosa al lettore o all'editore ma lo fai per la collettività. Trattare temi forti, sociali, etici, ti farà vendere di meno però non farlo sarebbe per me non spontaneo.

 

Come nascono le tue storie? Quanto c'è di tuo? Ti senti a nudo quando pubblichi?

Dall'oggi al domani si forma nella mia mente una storia, un personaggio. A un certo punto dici: voglio raccontare questa storia. A volte passano mesi, anni.. Alcune cose le ho viste, altre sono tentativo di immedesimazione. Sicuramente non c'è niente di autobiografico nel senso proprio del termine. Io scrivo tutti i giorni pensieri, riflessioni, descrizioni di un personaggio, che poi userò rielaborandoli. Scrivere significa spogliarsi ma non crea imbarazzo, io mi risolvo in mezzo alla folla. Io svelo tutto perché mi fa stare bene.

 

“La poesia è quando sei troppo codardo e vigliacco e spaventato per restare senza fare nulla, fermo come una stalattite di ghiaccio che cala a picco sul nulla. La poesia è azione, è fare”

Cosa pensi della poesia? La poesia si vende? Come hai pensato di inserirla nei racconti?

In Italia purtroppo non si legge, ancor meno la poesia. Mi piace partire dall’etimologia greca poiesis che significa “fare” “costruire”. Costruire una società, la civiltà, una dimensione di riflessione. Io penso che ci sono versi che ti illuminano, perché in quell'istante ti si apre un mondo. Penso per esempio ad Alda Merini: è bello ascoltarli, al di là della comprensione, ti educano a vedere la bellezza delle cose, a percepirne il suono e noi non siamo più abituati. Tante frustrazioni dipendono da questo.

Le poesie le avevo già scritte e mi è venuto spontaneo inserirle. A me piace scrivere la prosa come una lunga poesia; cerco di concentrare la scrittura in breve tempo, per avere la stessa intensità costante. Torno sul testo ma solitamente quello che scrivo in un primo tempo è quello che resta, perché quando scrivi vedi e senti delle cose.

Io quando inizio a scrivere non so dove andrà a finire. Come dice Pirandello in Sei personaggi in cerca d'autore, sono i personaggi che ti vengono a cercare.

 

Qual'è il rapporto con Dacia Maraini, a cui hai dedicato questo libro?

La considero la mia maestra ed è nato un rapporto di amicizia e quotidianità da quando mi ha presentato al premio Strega. Questi sono i rapporti che crea la letteratura.

La dedica l'ho inserita per la mia gratitudine e l'ammirazione per l'umiltà che lei ha. La cosa più grande che mi ha insegnato è scrivere a partire dalla lotta a un'ingiustizia.

 

Il titolo è un richiamo alla felicità, ma si parla di storie di dolore.

Il contrario della felicità non è la tristezza ma la noia come dice Schopenhauer; soffrire significa prepararsi alla vita. Tutti i personaggi soffrono ma non si arrendono, resistono. Alcuni sembrano soccombere, il vero problema non è il male ma è il non vivere.

Bisogna imparare a sorbire i colpi della vita e ripartire. Bisogna lasciarsi amare e affidarsi agli altri.

 

Non hai avuto paura che i temi risultassero banali?

Sicuramente ci sono temi inflazionati, temi storici. Io ho cercato di raccontare le storie da un punto di vista inedito, come immedesimarmi nel mare per parlare dell'immigrazione.

Ci sono tanti modi di raccontare, è il come che cambia la narrazione. Dacia diceva che ha trovato nel racconto della prostituta una scelta inedita perché viene ammessa l'idea che si è vittime di se stesse e non c'è consapevolezza iniziale.

 

Usi molto spesso la figura del climax, che funzione ha?

Mi piace la scrittura impetuosa, visionaria, viscerale, molto plastica. Per me il climax ascendente rappresenta l'enfasi, il dramma, la disperazione, il percorso che il personaggio sta affrontando.

La scrittura è una cavalcata, come la vita, che provi a rincorrere e devi domare.

 

Non pensi che le molte figure retoriche diano fastidio alla lettura?

Certo. Chiunque deve migliorare. La scrittura devi impararla a gestire. A me gli eccessi piacciono, non l'ostentazione; dimostrano quanto tu ci creda, quanto voglia far esplodere la bellezza delle cose.

Certamente fa parte dello stile che il lettore può gradire o meno.

 

I personaggi femminili sembrano indefiniti, come un soggetto impressionista.

Sicuramente il mio è un punto di vista maschile. Credo però fermamente che le donne sono più complesse, una sorta di quadro impressionista, sì. Non per fare una discriminazione al contrario, ma

amo particolarmente le scrittrici donne.

Effettivamente le racconto come un'esplosione e trovo maggior fascino nel loro modo di approcciarsi al pensiero.

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